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Chi nasce moralista muore in un bordello.
"Un brutto clima. Aggressioni, risse, danneggiamenti a luoghi storici della città. In nome della politica, quella con la "p" minuscola, quella che purtroppo ormai dà mostra di sé non solo nelle strade ma anche nelle aule parlamentari. Violenze verbali, insulti e squadrismi inseriti in un quadro generale di relativismo dei valori che ogni giorno si arricchisce di nuovi tasselli. È inevitabile, quando si mette sullo stesso piano chi ha combattuto per la libertà e chi era dall'altra parte, che accadano episodi come quelli di Porta San Paolo. Un sfregio alla lapide dedicata a quanti si sacrificarono per cercare di salvare Roma dall'occupazione nazifascista, a quanti si battevano per la libertà. "Un atto vandalico in uno dei luoghi simbolici della resistenza romana che ferisce la memoria collettiva della città. Uno sfregio insensato che offende quanti hanno sacrificato la vita, militari e civili, nella lotta contro il fascismo e l'occupazione dei nazisti", ha commentato il sindaco Walter Veltroni. "Nel luogo di uno degli episodi più drammatici ed eroici della nostra storia è stata inferta una ferita - ha proseguito il sindaco -. Un gesto ottuso, provocato dall'ignoranza, che non deve e non può essere sottovalutato. Il Comune di Roma ha immediatamente sostituito la corona d'alloro posta in ricordo delle centinaia di vittime di quella strage. Il loro ricordo resta incancellabile, così come il sacrificio compiuto in difesa dei più alti valori democratici".
Intanto le squadre del decoro urbano, coordinate dall'Ufficio di Gabinetto, hanno già provveduto alla pulizia della lapide. Ma desta l'allarme, anche nelle forze dell'ordine, il ripetersi di gesti riconducibili ad ostilità politiche: dall'aggressione a Villa Ada, agli scontri di Casal Bertone, ai danneggiamenti a sezioni di partito. "Occorre fare appello a tutta la tolleranza che hanno dimostrato in questi anni i romani: sono convinto che questa città non si farà trasportare in un'assurda lotta completamente fuori dal tempo", è stato l'auspicio del presidente della Regione Piero Marrazzo."
(L'Osservatore Romano - 15 luglio 2007)

L'argomento della possibilità d'uso, assai regolato, peraltro, del Messale di San Pio V, o, più correttamente, di Giovanni XXIII, nella liturgia cattolica odierna, ha suscitato una mole di di(bb)attiti e di commenti tale da coinvolgere, probabilmente, anche le opinioni di Alba Parietti, di Loredana Lecciso e di Fabrizio Corona.
Ancora una volta si dimostra come tutto ciò che riguarda la Chiesa cattolica, e preferibilmente quanto vi è suscettibile di grossolane semplificazioni (il latino, il sesso, er battesimo der pupo) gode sulla libera stampa di spazi inimmaginabili per ciò che avesse, invece, uno spessore di pensiero più consistente epperciò, purtroppo, carco de noia.
Il fatto è che si genera una sorta di diretta proporzionalità fra la superficialità (senza offesa; si parla anche qui per le grosse) delle trattazioni e l'elefantiasi della loro dimensione. Più se ne parla e meno se ne intende.
L'oggetto di cotante disputazioni è, mi pare, oggettivamente assai limitato, e dico questo non per nascondere o sdrammatizzare i contrasti, che non devono scandalizzare. Francamente, l'uso del latino rimarrà assolutamente trascurabile e addirittura pressoché invisibile nell'ordinaria prassi cattolica. Il motu proprio, a mio avviso, non ha una vera rilevanza pratica. Ha messo i puntini sulle i, ha dato qualche disposizione, accolta con prevedibili compiacimenti da gruppuscoli di tradizionalisti.
Ha dato, questo sì, modo a studiosi e commentatori di farsi domande e darsi risposte.
La categoria che mi ha colpito, fra quelle messe in campo, è quella dell'estetismo. La lingua latina nella liturgia sarebbe gradita in quanto solleciterebbe, ovviamente in persone attrezzate e predisposte, un compiacimento di tipo estetico, ma sostanzialmente estraneo alla vera natura dell'azione liturgica, che deve essere invece aderente alla vita reale, per poterla informare dell'azione salvifica che vi si genera.
Anch'io non sono insensibile alla grande bellezza della lingua latina nella liturgia. Anzi, vi sono, lo confesso, decisamente propenso.
Ma, riflettendo, capisco che si deve superare il compiacimento (che sia estetico, che sia culturale; checchessia) per realizzare una forma liturgica che combini alla bellezza la semplicità e la sobrietà.
Non condivido le cose che dice.
Detesto il suo modo di dirle.
E continua a vestire malissimo.